mercoledì 18 giugno 2008

UN UOMO A DUE DIMENSIONI

Ogni volta che mi capita di parlare di pre Toni Beline mi pare di sentirlo a fianco come se mai mi avesse lasciato. Il rapporto particolare che ho avuto con lui si rinnova ogni sera quando lo penso. Non posso dimenticare l’aiuto che mi ha dato, il conforto e l’ amicizia con cui mi è stato vicino nella mia esperienza di malattia. E’ rimasto per me un importante punto di orientamento.
E’ con questa emozione che vi voglio parlare di lui, nel tentativo di trasmettervi oltre che il ricordo anche un invito ad avvicinarvi o a continuare a frequentare questo “profeta e pastore”, per coglierne suggerimenti, stimoli e un po’ di luce per illuminare la nostra strada.
Ha scritto sui molti problemi dell’uomo: sulla vita, sulla morte, sulla malattia, sul ridere, sul parlare e sul tacere, sulla fede e sul dubbio che la insidia. Per i suoi numerosi libri, articoli, pubblicazioni è considerato il più prolifico scrittore in lingua friulana di tutti i tempi. Questa è pure la motivazione della laurea “honoris causa”che avrebbe ricevuto questo anno. Mi limiterò ad accennare solo a tre titoli augurandomi che ci sia in futuro qualcuno che ci parli di: “ Scior Santul, Tjere di confin, Sull’at di voltâ pagine, Pre Pitin, Misteris gloriôs, Trilogje, La Fabriche dai predis (ignominiosamente sottratto alla nostra conoscenza e tuttora sotto sequestro), Et incarnatus est, Cirint lis olmis di Diu e v-i.
Prima però vorrei parlarvi dei suoi quadri naif che sono il mio scoop...
Nessuno vi ha mai parlato di un pre Toni pittore. Io li ho trovati meravigliosi proprio per la leggerezza che li ha ispirati e per la serenità infantile che comunicano. Li osservavo ogni volta che andavo a casa sua.
Mi ripromettevo sempre di chiedergli che me ne regalasse uno... Mi devo accontentare delle fotografie.

L’opera per cui sarà sicuramente ricordato nella storia della cultura friulana è la traduzione della Bibbia nella lingua friulana. “Cheste lenghe -al scriveve- sute, essenziâl, concrete, fate di pocjs peraulis, ma dolcis come la mîl e duris come il cret”. Un lavoro enorme, monumentale (oltre 2600 pagine, con note ed introduzioni per ognuno dei 72 libri canonici) . Un libro che dovrebbe essere in ogni casa , vi sia o no uno che crede , perché è sì il libro di un popolo, ma anche il libro della storia dell’uomo con le sue virtù e le sue debolezze ed è la storia eterna di Dio che va in cerca dell’uomo. E’ un libro che può esistere ed aver significato per noi solo se riusciamo, ogni tanto, ad aprirlo ed a leggervi qualche riga. Quando vedrete questo libro immaginatevi di sentire pre Toni che vi dice:

Viodeit che no ài sfadiât dome par me (Si 24,32)

Pre Toni ha scritto quasi solo in friulano.

Vi presentiamo oggi due libri, in italiano, che sono, in un certo senso, singolari: “La fatica di esser prete” è il suo ultimo, mentre “Dal profondo” è la prima traduzione dal friulano in italiano da lui autorizzata e seguita. Personalmente ritengo che questo sia il più bello dei libri di pre Toni. Vi si trova tutta la sua umanità e serenità di fronte alla malattia.
“La fatica di esser prete” è nato per caso. Ho avuto più volte il privilegio di intervistare pre Toni, in collaborazione con VTC, una emittente televisiva che trasmette da Treppo C., ed è sintonizzabile solo nella valle del But. Perchè pre Toni si è lasciato interrogare, anche su argomenti contundenti, solo da noi?: Prima da Celestino Vezzi che lo conobbe quando era parroco a Rivalpo, poi da me che lo avevo visto frequentare il “vagone” l’aula in cui, nei tempi d’oro della “fabriche”, gli studenti di teologia seguivano le lezioni della volgarmente detta “scuele nere”? Amava particolarmente la Carnia ed in particolare la valle del But. Lassù c’è l’antica pieve di San Pietro, tuttora sede vescovile. Arrivato giovanissimo in Carnia a pre Toni, in quanto parroco di san Martino, spettava di diritto il titolo di “Cjaluni” canonico, forse la più alta carica mai raggiunta nella sua inconsistente carriera ecclesiastica. In aggiunta un altro motivo: sua madre era carnica di Davai, dove pre Toni trascorse alcuni momenti della sua giovinezza. Forse queste coincidenze spiegano la simpatia che ha dimostrato nei nostri confronti. Le interviste furono trasmesse da VTC e quindi da Telefriuli che le ha più volte replicate. Pre Toni ebbe un successo immediato : “al sbusave la television e al entrave tes cjasis come un amî e no pai cops come un lari o un imbroion”. Dopo l’ultima di queste, l’editore Santarossa, come aveva già fatto in passato, provò a richiedere a pre Toni, sempre fedele al friulano, di scrivere queste interviste in italiano e fortunatamente lo convinse. Quando mi telefonò per chiedermi che cosa ne pensavo gli manifestai il mio entusiasmo e mi misi subito al lavoro.
Nel libro si trovano molte delle idee e della storia di pre Toni. E’ una sintesi del suo pensiero e della sua fede.
In questo anno trascorso dalla sua morte sono stato colpito dal gran numero di persone che lo hanno conosciuto e dal gran numero di persone che lo avrebbero voluto conoscere. Attraverso il libro intervista molti hanno appreso che c’era un uomo “camminava con loro” e non se ne erano resi conto. Alcuni di questi hanno provato a cercarlo nei suoi libri. Qualcuno ne è rimasto affascinato, al “à cjapât gole”. Ecco quanto mi scriveva tre giorni fa una sua “ammiratrice” che ha cominciato a tradurre in italiano per le sue amiche gli scritti di pre Toni: “ Non so se approverebbe il mio lavoro, ma l’intento credo sia lodevole: cercare di renderlo comprensibile anche a chi non parla o legge il friulano. Poi dall’italiano lo si potrà tradurre in altre lingue, di modo che il suo patrimonio di pensiero non resti circoscritto ai pochi che leggono il friulano”.

Che cosa ci ha lasciato? Quali valori fondamentali, quali insegnamenti, orientamenti, consigli fanno parte della sua eredità? E questa è una eredità per tutti, anche se non si è friulani, anche se non si è credenti o la nostra fede convive con qualche dubbio o con qualche umana incoerenza? Sono convinto che il messaggio di pre Toni può aiutare chiunque cerchi e chiunque sia disposto ad ascoltare. Ritengo, pure io, che il suo pensiero vada divulgato e fatto conoscere traducendo, piano piano, tutto quello che ha scritto in friulano. Ci sono certe riflessioni e certe meditazioni che non possono essere destinate solo a chi si cimenta nella lettura del friulano!

Mi sono chiesto più volte la ragione di questo suo fascino trasversale, nel senso che attira persone di diverse età e cultura. Ho pensato che sia dipeso da più fattori. Ve ne propongo alcuni che ho colto ripensando ai nostri incontri e rimeditando su alcune parole che ci ha lasciato.
UOMO DI FEDE
E’ stato un uomo di fede. Una fede , dono di Dio, che si inserisce in una coscienza aperta, non scettica di fronte al mistero, consapevole dei propri limiti e di una dignità che la rende soggetto della storia ed oggetto dei disegni di Dio: pre Toni non è un uomo ad una dimensione! Agisce secondo un duplice orientamento: quello verticale che ti fa riflettere su Dio, sui valori spirituali, su quello che va oltre la finitezza ed i limiti umani :
Ogni tant cjalait il cîl. No par viodi ce tinp ch’al è, ma par savê là ch’o vin di rivâ. E copuartaisi conforme. (Sul at di voltâ pagjne p. 176)
e quello orizzontale che ti pone di fronte al mondo, all’altro, al male, al dolore. Un atteggiamento non facile e non privo di contraddizioni.
Il male e il dolore non sempre ci avvicina a Dio…Il male, qualunque male , non è necessariamente la strada che ci conduce a Dio. Potrebbe anche accadere che questa strada ci allontani da Lui, perché il male, il dolore, la morte sono in definitiva delle tentazioni (Olmis IV,p.23).
In questa riflessione , si può cogliere una fede vissuta in modo sereno e propositivo, con poche sicurezze e molte incertezze, insomma una fede umile e rasserenante, non pessimistica o tenebrosa.
Una fede a misura umana, alla nostra portata:
Sperâ simpri, ma jessi pronts ancje al piês. Meti in cont l’eventualitât negative, ma no pierdi mai la gole di vivi e di scombati. (Ricordo di Maria Moschioni)
No sai ce che l’avignî mi distinarà. O stoi però spietant simpri il meracul. Di imparâ a cjaminâ tal scûr. (De Profundis p. 113)

Per quanto la gente si aspetti dal prete certezze, lui non nasconde di avere molti dubbi e di essere incalzato dalle domande esistenziali. Non aveva paura ad esprimersi in modi non conformi, forse “anarchici”. Racconta di un uomo di Trelli “malât di timôr, tal stomi, che cuant che al veve dolôrs di cainâ, si meteve a blestemâ. “Mi pâr che a mi zovin”, -mi à confidât-. “ e alore blesteme, i ai rispuindût. Se diu al scolte lis tôs blestemis, al scoltarà ancje i tiei berlis.”
Per un momento immaginatevi di essere perplessi, incerti sulle vostre convinzioni, insicuri delle volte scelte e di incontrare un amico che , sinceramente, vi dice:
No sai se je fede o disperazion o fatalitât, ma la nestre vite e à di vê un sens , ancje se nô no rivin a capîlu. (De Profundis p. 67)
Sentiamo da Cristina Benedetti come affronta il “ mistero” che coinvolge ogni esperienza di fede: Ñ
La parola mistero non vuol dire che si tratta solo di una cosa profonda, di una cosa nascosta, ma di una cosa inaccessibile alla mente umana. Il mistero è come un iceberg. Si vede qualcosa sopra, ma la realtà più grande, più ricca, più stimolante, più vitale, rimane sommersa. La si può immaginare, ma non definire. E’ in profondità abissale, come quei pesci o mostri marini che vivono stabilmente nelle profondità dell’oceano, dove non riesce a penetrare nemmeno la luce. Quindi il mistero è insondabile, incomprensibile, indefinibile, inspiegabile, indecifrabile, altrimenti non sarebbe mistero. Posso, tuttavia, avvicinarmi ad esso non eliminando il mistero, ma cercando in che cosa il mistero aiuta me. Se capisco qualche cosa, il mistero ha senso; se resta assolutamente imperscrutabile, non ha senso.
Ovvio che non pretendo di arrivare a capire Dio, ma devo capire perché questo mistero mi viene rivelato e perché, se mi viene rivelato, può giovare a me. Ora io non pretendo di capire che cos’è la Trinità, perché non arriverò mai a capire come uno e tre possono andare d’accordo. Come per l’incarnazione e resurrezione, anche sulle tre persone di un’unica divinità hanno litigato per secoli in occidente e soprattutto in oriente! A me non interessa di andare a rompere il giocattolo per sapere come è fatto, come sono soliti fare i bambini. A me interessa chiedermi: questo mistero, questa verità insondabile che mi viene rivelata, mi serve e in che modo? Cosa mi giova? Questo non è tentare di spiegare il mistero, ma usare il mistero perché giovi a me. Che cosa posso portare, nella mia vita limitata, del mistero illimitato di Dio. Quindi il mio non è un tentativo sciocco e patetico di esaurire le profondità del mistero, ma il desiderio legittimo di usare, studiare, approfondire il mistero perché sia utile, positivo per la mia vita.
…Che cosa posso ca(r)pire io di questo grande mare di fuoco, che cosa posso portare via per accendere la mia testa e il mio cuore? In questo oceano di verità, di profondità, di sapienza, posso attingere un sorso per ristorare la mia sete? Come posso partecipare anch’io alla vita di Dio, alla sua trinità e unità, alla sua incarnazione?”. Davanti a Dio è opportuno abbassare la testa ed adorare, così come davanti alle cose di questo mondo è giusto aprire gli occhi, ragionare più che si può e non accettare alcun mistero. A tale proposito non capisco come molti del clero, parroci e vescovi, sappiano tutto (o quasi) sulla eternità, sul paradiso e l’inferno e non sanno, o non vogliono sapere quello che succede in comune, in regione, al parlamento, ma anche nel mondo dell’economia, delle grandi concentrazioni industriali, nei luoghi dove si progetta in bene e in male a livello planetario. Si commuovono davanti alle statue che piangono, ma non hanno tempo né sensibilità per guardare le lacrime reali e grandi come noci delle persone che gli stanno intorno! Tutto questo è alienante ed umiliante. Tornando a noi, non perdo quindi tempo a spiegare quello che non so e che nessuno sa. Mi interessa la Trinità, perché mi fa capire che Dio non è un solitario, indifferente, narcisista, uno scapolo autosufficiente e scostante, ma un Dio di relazione, un Dio che riceve e dà amore, un Dio dinamico, creativo, ricettivo. Non una statica eternità barbosa, ma una realtà vitale, relazionata e dinamica, un cerchio abbagliante di luce e di fuoco. In sintesi il mistero della Trinità è quello di riuscire a combinare l’unità con la diversità, l’uguaglianza con la differenza, la totalità con la parzialità. (“la Fatica di esser prete p.124-125-126)
In un commento al vangelo di Giovanni (20,19-23) che si leggeva a Pentecoste, a proposito dello Spirito Santo, si esprimeva così: “O vin discorût dal Spiritu Sant, ma ce robe esal - al domandarà plui di un-. Poben mi tocje rispuindi cun umiltât e cun scletece che al è un misteri par me e par ducj. La dutrine lu clame la tierce persone de Santissime Trinitât, atri misteri, e a dîs che al è l’Amôr che al compagne il Pari, il Fî, atri misteri ancjemò (Vanz. B.87) . Ognuna di queste sue considerazioni era espressa con modestia, con l’umità di chi sa che la mente umana non può arrivare a “comprendere” l’infinito. “Crodi nolè facil. E se si ûl rivâ a Diu cu la scjale dal resonament, si crevin i pecoi e si cole abas” (Vanz.B,p.90)
L’ “inumanament” di Dio sicuramente è il mistero che più attira e coinvolge pre Toni. Proprio sulla incarnazione di Dio, si fonda la sua fede e la sua speranza. Da qui parte anche la sua critica e trova fondamento, l’insistenza, quasi luterana, della sua polemica clericale.

Il misteri de incjarnazion nus dîs che Crist si è fat om e al à cjapât su di sé perfezionantlu, dut ce ch’al è di uman. Poben la glesie catoliche, soredut de ete de clericalizazion in ca (dibot di simpri) e presente come modei al popul cristian, parcè che tâi a son i sants, chei che in te lôr vite si son incjarnâts di mancul o adiriture disincjarnâts. No che no vedin lavorât a pro de umanitât o che si sedin ducj straneâts in tune solitudine mistiche, ma la lôr vite e je stade il contrari de incjarnazion, pal fat che àn rinunciât a un doprâ e gjoldi coret e sant e salutâr de cjarnalitât e sessualitât. (De Profundis p 131)


UOMO DI CHIESA
Questa espressione credo non abbia connotazioni positive. Un “uomo di chiesa” è un “baciapile” un “patafebancs”un fariseo che crede di essere ciò che non è. La più feroce critica che si può fare ad uno che frequenta la chiesa è quella di dirgli che nonostante il suo andare in chiesa, è peggio degli altri, cioè quelli che non frequentano. Da tale atteggiamento si è riusciti a formare la squadra, peraltro numerosa degli “atei devoti”, che senza religione o fede, pur continuando a vivere come se Dio non ci fosse, non osano negare apertamente l’esistenza di un “supremo” e da questa sensazione traggono sostentamento per delle regole etiche non sempre fondate.
In effetti è facile criticare non solo chi va in chiesa, ma anche chi, papa, vescovo, prete, la rappresenta . Pre Toni ha criticato molto, lucidamente, sarcasticamente, la “baracca” in cui si trovava. Tuttavia, le sue critiche, tanto precise quanto spietate, non l’hanno mai spinto ad abbandonarla. La sua sopportazione è stata eroica, incomprensibile, quasi irrazionale, anzi cristiana. Critica la chiesa che invece di testimoniare, diffondere, onorare il Vangelo se ne serve e lo usa... Eppure pre Toni non la lascia, non se ne va. Solo nella chiesa gli sembra possibile poter continuare a diffondere quella che una volta era considerata la “buona novella”.
Oggetto della sua critica, mi sento di doverlo sottolineare, non è la chiesa, quella che annuncia ai poveri la buona novella, ma il resto, la struttura, il potere che si autoalimenta, insomma il peggio della “baracca”, (il cardinate Poupard che si è prestato a celebrare le nozze miliardarie di un cinquattottene con una ventottenne! Per fare un es.). La chiesa di potere lo indigna, lo infastidisce. Si chiarisce bene la sua idea in questo brano che ci legge Cristina.
Io rimango dentro non per il vescovo. Non mi ha fatto niente, ma non merita la mia vita che è una cosa importante!
Io sto dentro perché c’è tanta gente che aspetta da me una parola e che allunga la mano per poter fare strada assieme, condividendo bene e male, gioie e rogne.
Sono dentro nella chiesa perché c’era mia nonna, c’era mia madre, che ha fatto del bene sempre, ed è vissuta come una martire tutta la vita, c’era mio padre, c’è tanta gente oggi, ci sono giovani, ci sono bravi uomini, che magari non vanno a messa ma portano la croce con grande dignità e disponibilità ed hanno un cuore buonissimo.
Io parteggio per questa gente qui e rimango fedele proprio per persone come queste!
Non è facile sintetizzare quello che la chiesa è. Si tratta, come dicevo, di una istituzione che accomuna differenti livelli di aderenti. Si va dalla semplice donna che vive di devozione e di rosari, ai papaveri della gerarchia strutturata dal minimo livello al picco più elevato: sono nella chiesa e tutti fanno chiesa, sebbene con compiti e funzioni diverse.
Vi si trova, lì dentro, una minoranza di quelli che comandano, senza mai dover obbedire, ed una stragrande maggioranza che deve obbedire, senza mai comandare.
In questo organismo, dove tutte le parti dovrebbero avere la stessa dignità, la testa pensa e decide per conto suo, indipendentemente dal corpo, ridotto ad esecutore passivo.
Il popolo di Dio è sparito, sono spariti da questo organismo pure quanti ogni giorno debbono affrontare le contraddizioni del vivere odierno. E’ rimasta, è vero, una congrega di gente che in un certo senso vive fuori dal mondo ed è legata ad una cultura venerabile, ma morta, a libri e documenti che anziché esaltarla la mortificano.
Io sto nella chiesa perché la chiesa è la barca che prende dentro tutta l’umanità. E’ l’arca di Noe, solo che l’arca di Noé era per quattro eletti e la chiesa deve essere per tutti! Quindi non una chiesa élitaria, ma una chiesa comunitaria, dove c’è posto per tutti.
Quando sento dire: “I gay no! Quelli che vivono insieme senza essere sposati, no! Quelli sposati civilmente no!, mi chiedo: ma di che chiesa parliamo?”.
Ma lui non è andato a cercare la pecorella smarrita senza paura che questa, riportata all’ovile , avrebbe potuto essere di cattivo esempio a quelle rimaste nella stalla? Non dovrebbe essere proprio la chiesa attraverso i suoi importanti esponenti, a dare una speranza, una mano, un rifugio a quelli che sono più esposti al freddo ed alla instabilità dei sentimenti? Dio ci ha regalato la chiesa come casa del perdono e della misericordia e non come tempio del diritto.
Dov’è il perdono, dov’è la grazia, dov’è la misericordia?.
Se non troviamo posto in chiesa per queste persone, dove dobbiamo andare a cercarlo, nelle caserme dismesse? Se anche la mia chiesa mi caccia come un lebbroso, dove posso andare? Se anche mio padre e mia madre mi mandano via, dove trovo rifugio, serenità, salvezza?
Quindi la chiesa dovrebbe chiedere, prima di tutto, non se sei sposato in chiesa o no, non se sei gay o no, ma: “Cosa posso fare, come posso aiutarti? Avvicinati, entra, bevi un sorso d’acqua, siediti qui. Vediamo se posso esserti di aiuto e, se non posso alleviare le tue pene, cercherò di condividere la tua sofferenza, anche se non concordo con le tue idee e scelte”. (la tafica di esser prete p.144-145)

Nelle sue polemiche ed ironiche osservazioni è anche autocritico:
Fintramai che o sin in cheste vite, nô predis, ma ancje i vescui e il pape, no sin de bande dai juscj ma dai pecjadôrs, no sin tra i beâts ma tra i biâts. (…et incarnatus est p. 192)
La chiesa resta il suo rifugio e spesso ripete, come fosse uno slogan di marketing che “in chiesa non si va per perdere, ma per guadagnare”.

UN UOMO
Un uomo con i dubbi esistenziali di tutti, con passioni e problemi che in questa pagina di intensa confessione così si si riassume:
Ho avuto la grazia di vivere tutte le stagioni della vita, senza saltarne alcuna o desiderare di cambiarne l’ordine. Avendo così goduto la giovinezza, non mi pesa per nulla la vecchiaia, sebbene sia carica di dolori e di croci: sono il colore dei suoi fiori!
Ho avuto amici e pseudo amici. I primi li ho cercati e mi hanno consolato; i secondi sono arrivati senza che li cercassi e li ho sopportati.
Attraverso la mia porta ed attraverso la porta della vita ho visto transitare tante persone che mi hanno spezzato il cuore.
Incline per natura a vivere da solo, ho cercato sempre di vivere in pace, prima che con il mondo, con me stesso. Ciò mi ha permesso di godere anche nella compagnia.
Non le ho indovinate tutte, così come non le ho sbagliate tutte. Ho avuto la fortuna di imparare anche dagli sbagli e dalle esperienze negative.
Molte volte mi son trovato senza soldi e salute, ma Dio mi ha ricompensato con la speranza. Un regalo per i poveri che è negato ai ricchi.
C’è stato un tempo della mia vita in cui avevo il terrore della morte. Mi è capitato quando ero ancora giovane ed avevo più parenti ed amici di qua che di là. Ora il pensiero della morte mi fa meno paura. Quando si è giovani non si ha nemmeno la voglia di riposare; ora invece godo i momenti di riposo e credo di comprendere meglio il significato di un riposo eterno.
Nella mia vita non ho mai fatto progetti. Per questo ho affrontato sentieri che mai avrei pensato di percorrere ed ho raggiunto mete che mai avrei sospettato di poter raggiungere. Certamente non mi metto a fare progetti ora!
Ascolto spesso tante persone che si chiedono se il nascere sia una fortuna oppure una disgrazia. Se porsi domande è giusto, non è giusto vivere facendosi domande in continuazione.
La vita sarà sempre un mistero: fortuna e condanna contemporaneamente. Quando nasceva uno dei miei cagnolini la prima cosa che mi chiedevo : “Chissà se oggi ha guadagnato o ha perso?” . Era troppo impegnato a guardare i colori e il muso di sua madre per seguirmi in queste domande insensate.
Come sono arrivato qui senza conoscere né la strada, né il tempo, né altro, arriverò pure di là. Perché non siamo noi a guidare, ma è un’altra mano che ci conduce. Alla fine non siamo noi a scegliere, anche se ciò ci sembra verosimile. Che cosa devo fare? Fidarmi di Lui e vivere in pace, sapendo che ogni giornata, anche se dovesse essere l’ultima, è sempre un miracolo.
Ho avuto anche fede, ma non troppa! Mi è piaciuto essere curioso delle cose del mondo, ma sulle cose di Dio ho preferito il mistero ed il rispetto. ( la fatica di esser prete p.57)
Ancora una piccola citazione sulla cultura:
La salût e je alc di plui larc e profont dal jessi a puest cul colesterolo e cui trigliceridis. Ancje il purcit, biât, al sclope di salût. Par chel o dîs che dongje des trasfusions dal sanc a coventin altris trasfusions. Par esempi trasfusions di culture. Un popul che nol rive a meti, in tal cjaruç incolm de spese, ancje un libri o che nol à timp di cognossi, stimâ, tramandâ la so culture, storie, lenghe, esperienze, nol è san o al è san dome cul cuarp e duncje in pericul di jessi doprât come un mus, che si lu preferis san. Un popul che nol dopre il so cjâf, al ven doprât. (Olmis II p. 14) Ñ
Di certo pre Toni non avrebbe immaginato che un suo libro sarebbe finito negli scaffali del supermercato dove più di qualcuno lo avrà messo nel carrello della spesa! Ho scoperto un uomo che si interroga, dubita, vive. Un uomo che si faceva domande più sulle ascisse, in orizzontale che sulla verticale, troppo a rischio di scosse… Un uomo che ci invita a vivere qui, oggi, tutte le nostre possibilità e responsabilità.
Nel suo messaggio ci sono principi di vita , insegnamenti, indicazioni per essere ed esistere con dignità e obiettivi.
Uomo di fede, uomo di chiesa, uomo di compagnia….. un uomo che sapeva leggere il tuo intimo senza che tu parlassi e ti era subito amico sincero, schietto, vero.
Vissuto nel nostro spazio, nel nostro tempo e “nella consapevolezza di Dio”-

BUTTRIO GIUGNO 2008

sabato 31 maggio 2008

PRE TONI BELLINA: PROFETA E PASTORE

Vangelo di Giovanni 10, 27-30

Attualmente, constatiamo la diffusa disumanità provocata da ingiustizia, violenza, guerre, discriminazione e rifiuto dell’altro; verifichiamo l’impoverimento e le sofferenze anche nel nostro mondo privilegiato; ci accorgiamo ormai della violenza sull’ambiente vitale e così comprendiamo maggiormente che la conoscenza dell’essere umano, della sua attività, della sua produzione non può essere solo quella della razionalità, ma insieme e in modo profondo e coinvolgente quella del pathos, del sentire profondo, del vibrare, del partecipare con attenzione, premura e cura. La Bibbia e i Vangeli in particolare, con la sensibilità, le parole e i gesti di Gesù ci insegnano che “conoscere è amare”. Una delle parabole, riportata in parte dal Vangelo di questa domenica ( Giovanni 10, 27-30) è quella del rapporto tra il pastore e il suo gregge. Lui, che è il pastore buono, conosce le sue pecore, le chiama per nome una ad una; esse riconoscono la sua voce e lo seguono dove lui le conduce; lui si preoccupa di quelle più deboli, ferite, disperse. Proprio per il rapporto di conoscenza e di coinvolgimento con loro è disposto a dar la vita per salvarle e farle vivere, a differenza del mercenario a cui interessa solo il guadagno e la sua sicurezza e quindi scappa di fronte al pericolo. Mi viene dal profondo del cuore, con uno slancio immediato, accostare questa immagine all’uomo e al prete pre Toni Bellina che ha compiuto il suo cammino su questa terra nella notte di domenica scorsa e che è stato salutato nella celebrazione dell’Eucarestia di mercoledì 25 aprile da una grande folla partecipe e profondamente commossa. Ho sostato a lungo in riflessione e preghiera nella chiesa di Basagliapenta fino a tardi nella sera precedente. Pre Toni è un uomo e un prete di profonda sensibilità e umanità; un credente inquieto e in ricerca con la fede dell’affidamento; traduttore della Bibbia in lingua friulana, scrittore straordinario per profondità, brillantezza nell’espressione in tutte le sue sfumature, illuminazioni profetiche; tenacemente radicato nel popolo e nella Chiesa del Friuli, loro difensore e propugnatore. Un intellettuale con accenti profetici e un pastore. Ha letto le vicende umane con la sensibilità biblica, evangelica in particolare: dalla parte dei deboli, dei colpiti, dei poveri, dei sofferenti. Ha ubbidito alla voce dello Spirito, alla profezia del Vangelo, alla storia delle persone: per questo è stato critico, sferzante, libero di fronte alle imposizioni, alle formalità ipocrite, alla sottomissione, al conformismo, all’omologazione delle coscienze nella Chiesa e nella società.
Ha guidato le persone come pastore alla comprensione della Parola del Vangelo che si fa carne nelle vicende umane e nella storia, ha condotto nei “nei pascoli erbosi e nelle acque limpide” della verità, dell’essenzialità, della sapienza del cuore; è stato guida nel cammino di liberazione dal capitalismo, dal materialismo, dal militarismo, dalla religione formale, da una Chiesa clericale e di apparato, per la partecipazione alla comunità di fede viva di persone con i loro nomi, i loro volti, le loro storie.
Durante il tempo dell’esposizione del suo corpo nella chiesa di Basagliapenta ho percepito nei suoi confronti l’affetto concreto, tangibile con la carezza al suo volto e alle sue mani di tanta gente in lacrime, espressione di quella conoscenza che riguarda le relazioni profonde; così tra gli interventi nell’Eucarestia di saluto di amici preti, della comunità di Basagliapenta, di altri ancora, quello del rappresentante di Valle, Rivalpo e Trelli, che ha pronunciato il nome e le caratteristiche di tante persone di quei piccoli paesi: “il buon pastore conosce le sue pecore e le chiama per nome”. In chiesa è stato portato, come altre volte, il canarino di pre Toni che si è fatto ben sentire, prima della celebrazione; un segno che, accostato ai suoi cagnolini, alle sue lunghe passeggiate a piedi in contemplazione e riflessione, esprime la relazione di pre Toni con tutti gli esseri viventi, con l’intero creato. Pre Toni Bellina: profeta e pastore. (Pierluigi Di Piazza)

lunedì 19 maggio 2008

CONTINUAZIONE

Cumò, in chest mês di Mai, la Universitât di Udin lu onorarà
cuntun ricognossiment uficiâl. Al è, par lui e par nô siei
amîs, un grant moment che mi pon però cualchi domande.
Prime di dut, ce facoltâts aial frecuentadis pre Antoni: no
dal sigûr chês di Udin ni chês di Triest. In gambi al à vût
grancj mestris: i sfurtunâts dai nestris paîs, la malatie e il
dolôr, il Vanzeli, l’amôr al studi e a la culture.
Ancjemò: chest ricognossiment vegnial di une universitât
che e je cussience e vôs dal popul furlan, o isal dome une
laude erudide a une persone? Nol è motîf di onorâ pre
Antoni se no si lavore par salvâ il nestri popul. Nol è motîf
di lâ a Udin par lagrimâ sore di un muart. Chescj pinsîrs
mi balinavin tal cûr e par sancirâmi o soi lât a cjatâ il
prof. Roberto Dapit che al insegne te facoltât di Siencis de
formazion e o ai diti: “Cheste Universitât ae une relazion
sane cul Friûl o no?”.
Lui, tes rispuestis, al è stât positîf.
“La Universitât dal Friûl, par chel che nus rivuarde, e à
dôs facoltâts: Lenghis e leteraturis forestis e Siencis de
formazion.
Dai agns 80 a vuê l’aiar al è gambiât in miôr; si pues
cjacarâ par furlan ancje tra coleghis e la lenghe e à un
rispiet e une dignitât che timps indaûr no veve.
Par chel che al rivuarde la didatiche, i cors di inzornament,
la formazion linguistiche e i master lis iniziativis a son
tantis. Cumò si començaran progjets di avanguardie
articolâts in ciclis ben definîts par formâ specialiscj di
lenghe furlane.
Al è stât dât dongje un Centri interdipartimentâl di ricercje
su la culture e la lenghe dal Friûl (CIRF). La partecipazion
dai students ai cors e je buine e i risultâts ancje”.
Chestis informazions nus fasin ben sperâ; però, al zonte il
prof. Dapit, il lavôr al è ancjemò tant e chei che si dan di
fâ masse pôcs. Dacuardi! Ma no podarìn nancje simpri vaî.
Par chest, o jentrarìn cun fiducie inte “Universitât dal Friûl”
che e onore pre Antoni, sperant che e onori ancje se stesse
deventant simpri di plui furlane e gjoldint dai studis dal
mont globalizât. (Pre Tonin Cjapelâr, Patrie dal Friûl, mai 2008)

domenica 4 maggio 2008

DA BELLLINA A BALDUCCI - VIVERE LA MEMORIA

Proprio a partire dalla Bibbia pre Toni ha letto la vita e la storia, il potere e il denaro, il consumismo e il conformismo, le armi e la guerra, la Chiesa dalla parte degli umili, dei poveri, dei sofferenti, degli scartati dalla logica di questo mondo, cogliendo in loro, insieme al dolore e alle fatiche la fede e la sapienza del cuore che emergono dal basso. La malattia e il dolore fisico, sperimentati per lunghi anni, in modo particolare nell’ultimo periodo della vita, e la solitudine e l’amarezza per l’incomprensione vissuti nella società e nella Chiesa hanno contribuito via via alla sua essenzialità, all’entrata nel “segreto delle cose” , nella profondità dell’anima proprio nel rapporto fra fede e storia, Vangelo e vita, uomo e Dio, vita presente e ulteriorità della stessa nel mistero di Dio. E’ da questa essenzialità che è venuta la sua critica agli aspetti della società , delle istituzioni, della politica, della Chiesa lontani dalla storia delle persone, dalle loro sofferenze, dalle loro attese e speranze. Un uomo e un prete libero, per questo ancor oggi “temuto” se, ad esempio, si continua a censurare il suo libro “ La fabriche dai predis” in una logica che nasconde invece di favorire occasioni di analisi, di confronto, di dialogo, dimenticando che il Vangelo stesso ci esorta a cercare con coraggio la verità, perchè “solo la verità ci rende liberi”. Il giorno prima di morire, pre Toni nella celebrazione serale dell’Eucarestia nella riflessione sul Vangelo aveva comunicato l’ideale e l’esperienza di una Chiesa profetica libera, fedele, coerente, svincolata dal potere del denaro e del militarismo; una Chiesa del Vangelo, ricca di fede e di umanità, a partire da quella che vive in Friuli, per contribuire a comunità più libere a autentiche. Pre Toni mi diceva che io guardo troppo al mondo e meno al Friuli; gli rispondevo che la sua attenzione particolare al Friuli e la mia al mondo potevano contribuire a quella visione che lega ormai inscindibilmente le nostre comunità locali a quelle di tutto il Pianeta. Qualche anno fa ne avevamo riflettuto insieme nel pomeriggio di una domenica a Venzone. Per me la memoria di pre Toni è viva e significativa; lo sento compagno di fede nel cammino quotidiano. Il 25 aprile di 16 anni fa, nel 1992, a seguito di un incidente stradale morì padre Ernesto Balducci al quale nel settembre successivo abbiamo dedicato il Centro di accoglienza di persone immigrate e di promozione culturale di Zugliano, non in modo formale, bensì per riprenderne via via riflessioni, elaborazioni, intuizioni. Figlio di una famiglia di minatori di S. Fiora, alle pendici del Monte Amiata, dove ora è sepolto, è stata una delle figure profetiche dell’Italia in particolare da quando nel 1963 è stato condannato dal Tribunale di Firenze per aver difeso la scelta dell’obiezione di coscienza al servizio militare. Uomo e prete di profonda intelligenza ha vissuto il passaggio dalla sacralità alla laicità, dalla fede ideologica alla Parola profetica annunciata e vissuta nella celebrazione dell’Eucarestia e come vincolo di fedeltà e coerenza nell’impegno nella storia per contribuire ad un’umanità di giustizia e di pace. Studioso, infaticabile scrittore e comunicatore in tutti i luoghi d’Italia, padre Ernesto continua ad insegnarci che il vero Dio pur intuito, creduto, pregato è ancora nascosto e mai può essere identificato con i nostri concetti su di lui; né con le nostre liturgie. Ragionevolmente fiducioso nelle possibilità di bene dell’essere umano, si è continuamente impegnato per diffondere una cultura della pace, opponendosi in nome della ragione all’irrazionalità delle armi e delle guerre. Continuamente attento alle condizioni di impoverimento di gran parte dell’umanità e alle responsabilità del nostro mondo per questa situazione, specialmente negli ultimi anni, ha approfondito la riflessione sul rapporto con la diversità dell’altro. Sulla pietra della tomba è riportata una sua frase pregnante di significati profetici, spirituali e storici: “ Gli uomini del futuro o saranno uomini di pace o non saranno”, nella duplice accezione: non ci saranno più perchè distruggeranno la loro vita e quella degli altri esseri viventi; non ci saranno più perchè non saranno degni di essere considerati umani perchè avranno tralasciato il compito di costruire la pace. Nel cimitero di S. Fiora la sua tomba è collocata accanto a quella di 23 suoi coetanei, amici, alcuni compagni di banco fucilati dai nazisti nel 1944. Padre Ernesto attivando la memoria viva del loro martirio si chiedeva cosa facciamo noi, oggi, per non tradirla. Vivere la memoria del 25 aprile oggi significa impegnarci in una liberazione che continua: dall’ingiustizia, dalla fame, dalle armi, dalle guerre, dalle diverse forme di terrorismo, dalla illegalità e dalla corruzione, dal razzismo di diversa specie, dalla distruzione dell’ambiente, dal materialismo. Mi pare che possiamo rapportare in modo molto profondo e significativo la memoria di pre Toni Bellina, di padre Ernesto Balducci e di tutte le donne e gli uomini andati incontro alla morte (sarebbe sempre importante leggere nelle scuole le lettere di condannati a morte della Resistenza italiana ed europea) per un Paese in cui libertà, giustizia, legalità, democrazia siano praticati: e questo legame è la fedeltà al vero, il fastidio morale per ogni forma di disumanità, la coerenza, il coraggio, la dedizione e l’impegno per il bene comune.
Pierluigi Di Piazza

giovedì 20 marzo 2008

CARI AMICI, PER LA PRIMA VOLTA LONTANO DA VOI...

La Pasqua di Pre Toni
CARI AMICI, PER LA PRIMA VOLTA LONTANO DA VOI...

Cari amici e fratelli,
per la prima volta, in 38 anni che sono prete, mi trovo lontano dalla mia gente in un momento grande e significativo come la Pasqua, che ci richiama ogni anno il legame vitale e condizionato fra dolore e gioia, fra morte e vita, fra buio e luce fra disperazione e speranza. Giovedì santo, la sera del commiato e del tradimento, Venerdì santo, la giornata della morte, vengono prima del Sabato santo, la notte di luce, la grande notte.
Non sempre si arriva a vedere la luminosità di Pasqua, ma non si può saltare il Venerdì santo, col mistero del dolore.
Quest'anno non sono con voi a cantare l'Exultet, che mi riempiva il cuore di commozione, Cercherò di cantarlo lo stesso nel mio letto, ma non sarà un gran canto, di quelli che piacciono a me. Sarà più il pigolio di un uccellino ferito che lo sfogo di un'anima felice. Ma il Signore, che ha buon orecchio, sentirà anche il mio lamento soffocato, come quello di tanta gente che in tante parti del mondo soffre e grida in questa notte di contentezza. A cominciare dai paesi e dalla gente che ha dovuto sorbirsi la guerra.
Non sono lì ad accendere il fuoco, quest'anno in cui sento tanto freddo dentro di me. E neanche il cero, ora che ho tanto bisogno di luce. Voglio sperare che il Signore farà arrivare anche a me nella mia notte spirituale e psicologica, una fiammella, che mi aiuti a sapere dove sono, da che parte devo andare e a orientarmi, cioè ad andare verso Oriente, verso il Sole e la Vita, Cristo.
Non possiamo pretendere di più e dobbiamo rassegnarci a vivere con poca luce. Ma ce la facciamo. Non ce la facciamo invece se si è completamente al buio, senza un briciolo di fede e di speranza.
Ho cominciato la mia Via crucis che non mi serviva, Mercoledì santo. Devo procedere stazione dopo stazione. Cercando di portare la croce e di non trascinarla, perché altrimenti mi segherebbe le spalle e mi ucciderebbe prima dentro e poi per fuori.

Devo riuscire ad accettare, a vivere in maniera positiva questo condizionamento che mi cambierà sicuramente la vita, riducendo una attività e una mobilità e una potenzialità già compromessa da sempre. Ho bisogno di credere nel Signore, ma anche in me. Soprattutto devo credere che insieme con voi riusciremo a fare un altro pezzo di strada. Voi avete bisogno di me, e lo sento ogni giorno guardando il vostro affetto, ma anch'io ho bisogno di voi. Perché la nostra comunità resti viva, vada avanti, e cresca. Fare la Pasqua vuol dire fare un passo verso la vita. Se le forze del parroco diminuiscono, deve crescere la partecipazione e la collaborazione, la responsabilità della gente, perché i conti tornino. Come in famiglia, quando zoppica uno e gli altri lo sostengono. Avete capito e spero di poter raggiungere lo scopo. Insieme , con calma e tenendo duro. Sarebbe il nostro regalo di Pasqua. Vi saluto con il cuore facendo gli auguri a ognuno di voi e alle vostre famiglie e anche a quelli che non vengono a messa. Saluto il sagrestano e Ivana, i fabbricieri, le donne delle pulizie, i lettori, i volontari, i giovani , i bambini. So di non avervi dato tanto. Cercherò di aiutarvi con l'esempio, se non vi aiuto con la dottrina e con le conferenze.
Ultimo , ma non per ultimo, saluto don Maurizio sempre così buono e disponibile. Il Signore lo mantenga sempre in salute e umiltà, perché lui, che ama anche tinteggiare, riesca a dare una imbiancatura in questo sistema ecclesiastico sporco e una tinta calda in questa Chiesa che sa tanto di sepoltura con la sua burocrazia e mania di organizzazione. Buona Pasqua dunque anche quest'anno. E che una fiammella di luce di Cristo arrivi in ogni angolo, da per tutto dove è buio. Anche qui da me. Mandi.


Pasqua Maggiore 2003
pre Toni, plevan

sabato 15 marzo 2008

IL MEA CULPA DE GLESIE (OLME INEDITE)

Ricuardant pre Antoni Beline

Scrits inedits


Il “mea culpa” de glesie
(olme inedite)

La prime domenie di Coresime di chest an gjubilâr il pape al à volût clamâle “zornade dal perdon” pes colpis de glesie in chescj doimil agns di vite. Un gjest laudabil e intonât cul timp liturgjic dal “Miserere”. La confession de propie miserie e je un at di veretât e la condizion juste de creature umane denant dal so creadôr e judiç. La glesie, fate di oms, e je esponude a dutis lis tentazions e sogjete al judizi di Diu.
La liste des robis di ripensâ e di pintîsi e je lungje. Pensìn a lis lacerazions eclesiologjichis cu la glesie orientâl e cul mont de Riforme protestante. La storie, ancje di ispirazion catoliche, e à rivalutât lis figuris di Lutâr, Calvin e Zwingli e sore dut il grant riformadôr Hus, brusât come eretic par dutrinis che vuê lis sosten ancje il plevan plui reazionari. Pensìn a la tragjede dal antisemitisim teologjic e liturgjic, che al è stât il substrât e la preparazion remote dal Olocaust. Pensìn a l’infinide violence che i cristians a àn fat tai confronts dai neris, strissinâts vie piês des bestiis, e dai indios, umiliâts, violentâts, massacrâts a pleton, che si son cjatâts cu la bibie e il batisim ma cence tiere ni libertât.
Dongje des vitimis cognossudis, e reste la schirie cence numar des vitimis anonimis de prepotence clericâl, dopradis, svilanadis, spaventadis, umiliadis. Sore dut i plui debui e piçui.
Un limit grant di cheste iniziative penitenziâl al sta tal fat che il pape al domande perdon pai pecjâts “di tancj fîs de glesie ch’a àn sfigurade la sô muse”. Che i cristians a sedin pecjadôrs come ducj i oms, no covente nissune iluminazion dal Spirtu sant par capîlu. No nus àno simpri fat dî l’at di dolôr e sburtâts a la confession? Chi si trate di ricognossi i pecjâts de glesie come struture, ch’a son i plui dolorôs e ch’a àn fat siguramentri plui damp. No stin a dismenteâ che i cristians a son stâts (dis)educâts a tasê e a ubidî e duncje al è just che la responabilitât plui pesante le vedin chei che a vevin plui comant, tacant dai plui alts in gjerarchie. Masse comut meti lis colpis su lis spalis de int cence clamâle a spartî lis decisions.
Un altri limit di chest “mea culpa” al è che si domande perdon di colpis lontanis, là che aromai no si po plui fâ nuie. Cui i tornial la vite a Gjordan Bruno, a Savonarole e a lis vitimis de Incuisizion? Il vêr pentiment al sta tal cirî lis causis profondis e tal fâ in mût che no si ripetin lis tragjediis. Ma se no si va a cirî lis causis e no si à il coragjo di frontâ stradis gnovis e alternativis,
si continuarà par fuarce a fâ vitimis. Il fat che no vegnin brusadis ma dome emargjinadis e fatis tasê o cjonçadis fûr de cariere nol gambie la colpe e nol assolf il sisteme.
Fra lis colpis struturâls jo o metarès la presunzion de veretât assolude, cuant che si sa che dome Crist al è “la strade e la veretât” (Zn 14,6). No si po identificâ glesie, ream di Diu e Crist. Crist nol da nissune deleghe e nol à dibisugne di nissun suplence. O zontarès la struturalizazion dal aparât. E vûl fantasie a rigjavâ de volontât positive di Crist dut l’armamentari gjerarchic e discriminant, lui che al à improibît di clamâ cualchidun “pari” e “mestri” (Mt 23,8-9). Si scuen zontâ la assolutizazion e la centralizazion asfissiant, che e mortifiche ogni diviersitât e ogni san pluralisim. Ancje improibî al nestri popul di preâ te nestre lenghe al è un pecjât.
Vê in dut il mont la stesse teologjie, liturgjie e legjislazion canoniche no lu riten un fat di vantâsi, ma di domandâ perdon. Si trate di podê. Chel podê che Crist al à condanât cence apel e che al è stât il grant pecjât de glesie. I à dade la protezion dai potents ma j à fat pierdi la protezion di Diu e la benedizion dai ultims.


Coresime 2000

domenica 3 febbraio 2008

MEDIA VITA IN MORTE SUMUS

Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sentito sentenziare: “vita brevis est”. Forse era un prete, forse un filosofo, forse un anziano o un genitore.Per certo sappiamo che ciò non ebbe mai alcuna influenza sulle nostre abitudini quotidiane. Nemmeno la diffusa certezza che “media vita in morte sumus”, cioè che proprio mentre viviamo ci avviciniamo al nostro destino, credo, abbia mai indotto qualcuno a cambiare la propria vita. L’ineluttabilità della nostra sorte ci lascia, per fortuna, indifferenti.

Per alcuni, poi, il vivere assume straordinarie caratteristiche di serenità, tranquillità, frequenti momenti di soddisfazione. Costoro attraversano il tempo che gli è concesso quasi fosse una passeggiata, quasi fischiando, anzi fischiano proprio. Sono dei privilegiati soprattutto perché condividono un minimo comune divisore che è importante e fondamentale: la salute. “Mai vût nuie” ripetono come fosse tutto loro merito!

Gli altri, cioè quanti passano la vita piangendo, o come si dice dalle nostre parti “càinant”, neppure osano chiedersi perché gli è “toccata” questa vita e non un’altra.

Il libro di Pre Antoni “De Profundis” (in lingua friulana) è una precisa descrizione di quello che può accadere a quanti, improvvisamente, sono colti da qualche cosa che li sorprende, li stupisce ed avvilisce. Non si parla di morte improvvisa. La morte come si sa “quando c’è noi non ci siamo”. Si racconta della malattia che ti fa prima uno sgambetto, poi ti aggredisce con progressione inesorabile, incatenandoti, diventa cronica. Più grave è, più grande è la sorpresa di chi la subisce.

Pre Antoni elenca con una precisione professionale, ma anche con umanità, tutti i passaggi che uno deve superare per arrivare ad accettare la dialisi. La dialisi è un trattamento ospedaliero, cui ci si sottopone ogni due o tre giorni, che rigenera il sangue e non può essere abbandonata pena la morte in breve tempo. Quando questo trattamento fu prospettato a pre Antoni, nonostante la delicatezza ed il tatto dei medici, provocò in lui una reazione naturale ed esistenziale, quasi irrevocabile: “Ch’al lassi che la nature a fasi la so strade” disse al dottore che gli spiegava la ‘catena’ della dialisi, “non umiliante, ma condizionante”. “Parcé a mi Signôr?” Questa domanda che può capitare a ciascuno di noi di dover porsi nel corso della vita, soprattutto quando questa è limitata, asservita, condizionata dalla malattia, può lasciarci senza risposta. “Parcè a mi Signôr?” Se non si riesce a rispondere in brevissimo tempo può indurre a farci molto male.

“Il dolore è quanto di più personale, intrasferibile possa darsi nella vita degli uomini” scrive Salvatore Natoli ed aggiunge che “il dolore per quanto preparati si sia inchioda,comprime ed obbliga”. Bisogna sopportarlo, combatterlo, sperando di vincerlo.

“Il dolor po pocâti a preâ o a bestemâ, ad acetâ o a rifiutâ” scrive Pre Antoni e non nasconde l’ angoscia che si distende sul futuro, né la consapevolezza di avvicinarsi ad un evento finale che tale situazione accelera.

Ricorda le malattie che lo hanno accompagnato da sempre: broncopolmoniti, occlusioni di arterie, infarto intestinale, “la curtissade che mi ha forât i bugjei”, fino alla fase finale: la dialisi.

Con paziente ironia e serenità pre Antoni legge la sua vita, racconta i suoi drammi e propone una via di uscita: accettare.

Non esistono parole che possano convincerti ad essere morituro ed accettare un destino scritto dalla natura. Resta repellente ed illogico, incombente come una frana.

Quest’uomo ci aiuta non ad autoconsolarci, ma ad accettare il nostro destino. Ci insegna ad avvicinarci al fine della nostra vita senza entusiasmo, ma anche senza disperazione. E’ commovente accompagnarlo in quel difficile momento in cui il medico gli conferma che ormai a quel punto, la scelta “l’à fate il mâl” che potrà essere controllato, ma non eliminato o fermato.

Il cambiamento di abitudini, di orari, di vestiti, di alimentazione è registrato con bonaria ironia “cul orari, just, dal ospedâl, a vot di sere si è za stufs di ve zenât” (106) oppure “un come me, ch’al è vivut par une vite dibessól e che s’al sint ancje dome a crizâ une brê nol siere voli, al è evident che al varà di fa vitis di cjan par usasi a durmì cun atre int tune struture simpri in funzion (57).

La “disinvestitura” che l’ospedale mette in atto con tutti i ricoverati è accomunante: siamo tutti uguali. Forse per un prete rinunciare ai suoi segni distintivi, alla sua divisa, al suo potere potrebbe essere problematico. Essere come gli altri dopo aver occupato posizioni di potere, distinti da una divisa, può essere traumatizzante.

La consapevolezza di stare attraversando un periodo di vita buio, non scoraggia pre Antoni che con tenacia e fede prega e chiede un po’ di luce al Signore. E’ una riflessione triste, come è triste l’esperienza di solitudine in cui relega la malattia.

E’ un libro di speranza anche se non nasconde l’improvvisa sofferenza di una malattia che arriva senza alcun preavviso.

Ti vuole convincere che “la flamute” se la cerchi la trovi e così illuminerà la strada della vita.

E’ un libro che ti sprona ad essere coraggioso e ti invita a “puartà la cros e no a strisinale parcé che ti seares lis spalis”.

E’ un libro pieno di fede in Dio, ma anche nell’uomo: “o ai dibisugne di crodi tal Signor, ma ancje in mè” (104).

Si trovano ancora nel libro “De Profundis” una lunga meditazione sulla settimana santa (Pre Antoni è stato ricoverato per la dialisi durante la settimana di Pasqua 2003) e tante domande esistenziali di un uomo che teme di essere abbandonato nel buio.

Quando accetta il trattamento della dialisi recupera la sua ironia e riprende le sue amorevoli critiche nei confronti della struttura “gleseatiche” che spesso ignora la sua malattia, sebbene qualche emissario lo vada a trovare proponendogli ragionamenti e filosofie irritanti.

E’ un vademecum che aiuta a vivere sia quanti hanno già esperienza della malattia che quanti vanno, fischiettando, verso la loro fine.

Questa intensa riflessione pre Antoni la conclude con una aspirazione che attraversa tutto il libro: “che la muart nus cjati vîfs”.

Marino Plazzotta