sabato 31 maggio 2008

PRE TONI BELLINA: PROFETA E PASTORE

Vangelo di Giovanni 10, 27-30

Attualmente, constatiamo la diffusa disumanità provocata da ingiustizia, violenza, guerre, discriminazione e rifiuto dell’altro; verifichiamo l’impoverimento e le sofferenze anche nel nostro mondo privilegiato; ci accorgiamo ormai della violenza sull’ambiente vitale e così comprendiamo maggiormente che la conoscenza dell’essere umano, della sua attività, della sua produzione non può essere solo quella della razionalità, ma insieme e in modo profondo e coinvolgente quella del pathos, del sentire profondo, del vibrare, del partecipare con attenzione, premura e cura. La Bibbia e i Vangeli in particolare, con la sensibilità, le parole e i gesti di Gesù ci insegnano che “conoscere è amare”. Una delle parabole, riportata in parte dal Vangelo di questa domenica ( Giovanni 10, 27-30) è quella del rapporto tra il pastore e il suo gregge. Lui, che è il pastore buono, conosce le sue pecore, le chiama per nome una ad una; esse riconoscono la sua voce e lo seguono dove lui le conduce; lui si preoccupa di quelle più deboli, ferite, disperse. Proprio per il rapporto di conoscenza e di coinvolgimento con loro è disposto a dar la vita per salvarle e farle vivere, a differenza del mercenario a cui interessa solo il guadagno e la sua sicurezza e quindi scappa di fronte al pericolo. Mi viene dal profondo del cuore, con uno slancio immediato, accostare questa immagine all’uomo e al prete pre Toni Bellina che ha compiuto il suo cammino su questa terra nella notte di domenica scorsa e che è stato salutato nella celebrazione dell’Eucarestia di mercoledì 25 aprile da una grande folla partecipe e profondamente commossa. Ho sostato a lungo in riflessione e preghiera nella chiesa di Basagliapenta fino a tardi nella sera precedente. Pre Toni è un uomo e un prete di profonda sensibilità e umanità; un credente inquieto e in ricerca con la fede dell’affidamento; traduttore della Bibbia in lingua friulana, scrittore straordinario per profondità, brillantezza nell’espressione in tutte le sue sfumature, illuminazioni profetiche; tenacemente radicato nel popolo e nella Chiesa del Friuli, loro difensore e propugnatore. Un intellettuale con accenti profetici e un pastore. Ha letto le vicende umane con la sensibilità biblica, evangelica in particolare: dalla parte dei deboli, dei colpiti, dei poveri, dei sofferenti. Ha ubbidito alla voce dello Spirito, alla profezia del Vangelo, alla storia delle persone: per questo è stato critico, sferzante, libero di fronte alle imposizioni, alle formalità ipocrite, alla sottomissione, al conformismo, all’omologazione delle coscienze nella Chiesa e nella società.
Ha guidato le persone come pastore alla comprensione della Parola del Vangelo che si fa carne nelle vicende umane e nella storia, ha condotto nei “nei pascoli erbosi e nelle acque limpide” della verità, dell’essenzialità, della sapienza del cuore; è stato guida nel cammino di liberazione dal capitalismo, dal materialismo, dal militarismo, dalla religione formale, da una Chiesa clericale e di apparato, per la partecipazione alla comunità di fede viva di persone con i loro nomi, i loro volti, le loro storie.
Durante il tempo dell’esposizione del suo corpo nella chiesa di Basagliapenta ho percepito nei suoi confronti l’affetto concreto, tangibile con la carezza al suo volto e alle sue mani di tanta gente in lacrime, espressione di quella conoscenza che riguarda le relazioni profonde; così tra gli interventi nell’Eucarestia di saluto di amici preti, della comunità di Basagliapenta, di altri ancora, quello del rappresentante di Valle, Rivalpo e Trelli, che ha pronunciato il nome e le caratteristiche di tante persone di quei piccoli paesi: “il buon pastore conosce le sue pecore e le chiama per nome”. In chiesa è stato portato, come altre volte, il canarino di pre Toni che si è fatto ben sentire, prima della celebrazione; un segno che, accostato ai suoi cagnolini, alle sue lunghe passeggiate a piedi in contemplazione e riflessione, esprime la relazione di pre Toni con tutti gli esseri viventi, con l’intero creato. Pre Toni Bellina: profeta e pastore. (Pierluigi Di Piazza)

lunedì 19 maggio 2008

CONTINUAZIONE

Cumò, in chest mês di Mai, la Universitât di Udin lu onorarà
cuntun ricognossiment uficiâl. Al è, par lui e par nô siei
amîs, un grant moment che mi pon però cualchi domande.
Prime di dut, ce facoltâts aial frecuentadis pre Antoni: no
dal sigûr chês di Udin ni chês di Triest. In gambi al à vût
grancj mestris: i sfurtunâts dai nestris paîs, la malatie e il
dolôr, il Vanzeli, l’amôr al studi e a la culture.
Ancjemò: chest ricognossiment vegnial di une universitât
che e je cussience e vôs dal popul furlan, o isal dome une
laude erudide a une persone? Nol è motîf di onorâ pre
Antoni se no si lavore par salvâ il nestri popul. Nol è motîf
di lâ a Udin par lagrimâ sore di un muart. Chescj pinsîrs
mi balinavin tal cûr e par sancirâmi o soi lât a cjatâ il
prof. Roberto Dapit che al insegne te facoltât di Siencis de
formazion e o ai diti: “Cheste Universitât ae une relazion
sane cul Friûl o no?”.
Lui, tes rispuestis, al è stât positîf.
“La Universitât dal Friûl, par chel che nus rivuarde, e à
dôs facoltâts: Lenghis e leteraturis forestis e Siencis de
formazion.
Dai agns 80 a vuê l’aiar al è gambiât in miôr; si pues
cjacarâ par furlan ancje tra coleghis e la lenghe e à un
rispiet e une dignitât che timps indaûr no veve.
Par chel che al rivuarde la didatiche, i cors di inzornament,
la formazion linguistiche e i master lis iniziativis a son
tantis. Cumò si començaran progjets di avanguardie
articolâts in ciclis ben definîts par formâ specialiscj di
lenghe furlane.
Al è stât dât dongje un Centri interdipartimentâl di ricercje
su la culture e la lenghe dal Friûl (CIRF). La partecipazion
dai students ai cors e je buine e i risultâts ancje”.
Chestis informazions nus fasin ben sperâ; però, al zonte il
prof. Dapit, il lavôr al è ancjemò tant e chei che si dan di
fâ masse pôcs. Dacuardi! Ma no podarìn nancje simpri vaî.
Par chest, o jentrarìn cun fiducie inte “Universitât dal Friûl”
che e onore pre Antoni, sperant che e onori ancje se stesse
deventant simpri di plui furlane e gjoldint dai studis dal
mont globalizât. (Pre Tonin Cjapelâr, Patrie dal Friûl, mai 2008)

domenica 4 maggio 2008

DA BELLLINA A BALDUCCI - VIVERE LA MEMORIA

Proprio a partire dalla Bibbia pre Toni ha letto la vita e la storia, il potere e il denaro, il consumismo e il conformismo, le armi e la guerra, la Chiesa dalla parte degli umili, dei poveri, dei sofferenti, degli scartati dalla logica di questo mondo, cogliendo in loro, insieme al dolore e alle fatiche la fede e la sapienza del cuore che emergono dal basso. La malattia e il dolore fisico, sperimentati per lunghi anni, in modo particolare nell’ultimo periodo della vita, e la solitudine e l’amarezza per l’incomprensione vissuti nella società e nella Chiesa hanno contribuito via via alla sua essenzialità, all’entrata nel “segreto delle cose” , nella profondità dell’anima proprio nel rapporto fra fede e storia, Vangelo e vita, uomo e Dio, vita presente e ulteriorità della stessa nel mistero di Dio. E’ da questa essenzialità che è venuta la sua critica agli aspetti della società , delle istituzioni, della politica, della Chiesa lontani dalla storia delle persone, dalle loro sofferenze, dalle loro attese e speranze. Un uomo e un prete libero, per questo ancor oggi “temuto” se, ad esempio, si continua a censurare il suo libro “ La fabriche dai predis” in una logica che nasconde invece di favorire occasioni di analisi, di confronto, di dialogo, dimenticando che il Vangelo stesso ci esorta a cercare con coraggio la verità, perchè “solo la verità ci rende liberi”. Il giorno prima di morire, pre Toni nella celebrazione serale dell’Eucarestia nella riflessione sul Vangelo aveva comunicato l’ideale e l’esperienza di una Chiesa profetica libera, fedele, coerente, svincolata dal potere del denaro e del militarismo; una Chiesa del Vangelo, ricca di fede e di umanità, a partire da quella che vive in Friuli, per contribuire a comunità più libere a autentiche. Pre Toni mi diceva che io guardo troppo al mondo e meno al Friuli; gli rispondevo che la sua attenzione particolare al Friuli e la mia al mondo potevano contribuire a quella visione che lega ormai inscindibilmente le nostre comunità locali a quelle di tutto il Pianeta. Qualche anno fa ne avevamo riflettuto insieme nel pomeriggio di una domenica a Venzone. Per me la memoria di pre Toni è viva e significativa; lo sento compagno di fede nel cammino quotidiano. Il 25 aprile di 16 anni fa, nel 1992, a seguito di un incidente stradale morì padre Ernesto Balducci al quale nel settembre successivo abbiamo dedicato il Centro di accoglienza di persone immigrate e di promozione culturale di Zugliano, non in modo formale, bensì per riprenderne via via riflessioni, elaborazioni, intuizioni. Figlio di una famiglia di minatori di S. Fiora, alle pendici del Monte Amiata, dove ora è sepolto, è stata una delle figure profetiche dell’Italia in particolare da quando nel 1963 è stato condannato dal Tribunale di Firenze per aver difeso la scelta dell’obiezione di coscienza al servizio militare. Uomo e prete di profonda intelligenza ha vissuto il passaggio dalla sacralità alla laicità, dalla fede ideologica alla Parola profetica annunciata e vissuta nella celebrazione dell’Eucarestia e come vincolo di fedeltà e coerenza nell’impegno nella storia per contribuire ad un’umanità di giustizia e di pace. Studioso, infaticabile scrittore e comunicatore in tutti i luoghi d’Italia, padre Ernesto continua ad insegnarci che il vero Dio pur intuito, creduto, pregato è ancora nascosto e mai può essere identificato con i nostri concetti su di lui; né con le nostre liturgie. Ragionevolmente fiducioso nelle possibilità di bene dell’essere umano, si è continuamente impegnato per diffondere una cultura della pace, opponendosi in nome della ragione all’irrazionalità delle armi e delle guerre. Continuamente attento alle condizioni di impoverimento di gran parte dell’umanità e alle responsabilità del nostro mondo per questa situazione, specialmente negli ultimi anni, ha approfondito la riflessione sul rapporto con la diversità dell’altro. Sulla pietra della tomba è riportata una sua frase pregnante di significati profetici, spirituali e storici: “ Gli uomini del futuro o saranno uomini di pace o non saranno”, nella duplice accezione: non ci saranno più perchè distruggeranno la loro vita e quella degli altri esseri viventi; non ci saranno più perchè non saranno degni di essere considerati umani perchè avranno tralasciato il compito di costruire la pace. Nel cimitero di S. Fiora la sua tomba è collocata accanto a quella di 23 suoi coetanei, amici, alcuni compagni di banco fucilati dai nazisti nel 1944. Padre Ernesto attivando la memoria viva del loro martirio si chiedeva cosa facciamo noi, oggi, per non tradirla. Vivere la memoria del 25 aprile oggi significa impegnarci in una liberazione che continua: dall’ingiustizia, dalla fame, dalle armi, dalle guerre, dalle diverse forme di terrorismo, dalla illegalità e dalla corruzione, dal razzismo di diversa specie, dalla distruzione dell’ambiente, dal materialismo. Mi pare che possiamo rapportare in modo molto profondo e significativo la memoria di pre Toni Bellina, di padre Ernesto Balducci e di tutte le donne e gli uomini andati incontro alla morte (sarebbe sempre importante leggere nelle scuole le lettere di condannati a morte della Resistenza italiana ed europea) per un Paese in cui libertà, giustizia, legalità, democrazia siano praticati: e questo legame è la fedeltà al vero, il fastidio morale per ogni forma di disumanità, la coerenza, il coraggio, la dedizione e l’impegno per il bene comune.
Pierluigi Di Piazza

giovedì 20 marzo 2008

CARI AMICI, PER LA PRIMA VOLTA LONTANO DA VOI...

La Pasqua di Pre Toni
CARI AMICI, PER LA PRIMA VOLTA LONTANO DA VOI...

Cari amici e fratelli,
per la prima volta, in 38 anni che sono prete, mi trovo lontano dalla mia gente in un momento grande e significativo come la Pasqua, che ci richiama ogni anno il legame vitale e condizionato fra dolore e gioia, fra morte e vita, fra buio e luce fra disperazione e speranza. Giovedì santo, la sera del commiato e del tradimento, Venerdì santo, la giornata della morte, vengono prima del Sabato santo, la notte di luce, la grande notte.
Non sempre si arriva a vedere la luminosità di Pasqua, ma non si può saltare il Venerdì santo, col mistero del dolore.
Quest'anno non sono con voi a cantare l'Exultet, che mi riempiva il cuore di commozione, Cercherò di cantarlo lo stesso nel mio letto, ma non sarà un gran canto, di quelli che piacciono a me. Sarà più il pigolio di un uccellino ferito che lo sfogo di un'anima felice. Ma il Signore, che ha buon orecchio, sentirà anche il mio lamento soffocato, come quello di tanta gente che in tante parti del mondo soffre e grida in questa notte di contentezza. A cominciare dai paesi e dalla gente che ha dovuto sorbirsi la guerra.
Non sono lì ad accendere il fuoco, quest'anno in cui sento tanto freddo dentro di me. E neanche il cero, ora che ho tanto bisogno di luce. Voglio sperare che il Signore farà arrivare anche a me nella mia notte spirituale e psicologica, una fiammella, che mi aiuti a sapere dove sono, da che parte devo andare e a orientarmi, cioè ad andare verso Oriente, verso il Sole e la Vita, Cristo.
Non possiamo pretendere di più e dobbiamo rassegnarci a vivere con poca luce. Ma ce la facciamo. Non ce la facciamo invece se si è completamente al buio, senza un briciolo di fede e di speranza.
Ho cominciato la mia Via crucis che non mi serviva, Mercoledì santo. Devo procedere stazione dopo stazione. Cercando di portare la croce e di non trascinarla, perché altrimenti mi segherebbe le spalle e mi ucciderebbe prima dentro e poi per fuori.

Devo riuscire ad accettare, a vivere in maniera positiva questo condizionamento che mi cambierà sicuramente la vita, riducendo una attività e una mobilità e una potenzialità già compromessa da sempre. Ho bisogno di credere nel Signore, ma anche in me. Soprattutto devo credere che insieme con voi riusciremo a fare un altro pezzo di strada. Voi avete bisogno di me, e lo sento ogni giorno guardando il vostro affetto, ma anch'io ho bisogno di voi. Perché la nostra comunità resti viva, vada avanti, e cresca. Fare la Pasqua vuol dire fare un passo verso la vita. Se le forze del parroco diminuiscono, deve crescere la partecipazione e la collaborazione, la responsabilità della gente, perché i conti tornino. Come in famiglia, quando zoppica uno e gli altri lo sostengono. Avete capito e spero di poter raggiungere lo scopo. Insieme , con calma e tenendo duro. Sarebbe il nostro regalo di Pasqua. Vi saluto con il cuore facendo gli auguri a ognuno di voi e alle vostre famiglie e anche a quelli che non vengono a messa. Saluto il sagrestano e Ivana, i fabbricieri, le donne delle pulizie, i lettori, i volontari, i giovani , i bambini. So di non avervi dato tanto. Cercherò di aiutarvi con l'esempio, se non vi aiuto con la dottrina e con le conferenze.
Ultimo , ma non per ultimo, saluto don Maurizio sempre così buono e disponibile. Il Signore lo mantenga sempre in salute e umiltà, perché lui, che ama anche tinteggiare, riesca a dare una imbiancatura in questo sistema ecclesiastico sporco e una tinta calda in questa Chiesa che sa tanto di sepoltura con la sua burocrazia e mania di organizzazione. Buona Pasqua dunque anche quest'anno. E che una fiammella di luce di Cristo arrivi in ogni angolo, da per tutto dove è buio. Anche qui da me. Mandi.


Pasqua Maggiore 2003
pre Toni, plevan

sabato 15 marzo 2008

IL MEA CULPA DE GLESIE (OLME INEDITE)

Ricuardant pre Antoni Beline

Scrits inedits


Il “mea culpa” de glesie
(olme inedite)

La prime domenie di Coresime di chest an gjubilâr il pape al à volût clamâle “zornade dal perdon” pes colpis de glesie in chescj doimil agns di vite. Un gjest laudabil e intonât cul timp liturgjic dal “Miserere”. La confession de propie miserie e je un at di veretât e la condizion juste de creature umane denant dal so creadôr e judiç. La glesie, fate di oms, e je esponude a dutis lis tentazions e sogjete al judizi di Diu.
La liste des robis di ripensâ e di pintîsi e je lungje. Pensìn a lis lacerazions eclesiologjichis cu la glesie orientâl e cul mont de Riforme protestante. La storie, ancje di ispirazion catoliche, e à rivalutât lis figuris di Lutâr, Calvin e Zwingli e sore dut il grant riformadôr Hus, brusât come eretic par dutrinis che vuê lis sosten ancje il plevan plui reazionari. Pensìn a la tragjede dal antisemitisim teologjic e liturgjic, che al è stât il substrât e la preparazion remote dal Olocaust. Pensìn a l’infinide violence che i cristians a àn fat tai confronts dai neris, strissinâts vie piês des bestiis, e dai indios, umiliâts, violentâts, massacrâts a pleton, che si son cjatâts cu la bibie e il batisim ma cence tiere ni libertât.
Dongje des vitimis cognossudis, e reste la schirie cence numar des vitimis anonimis de prepotence clericâl, dopradis, svilanadis, spaventadis, umiliadis. Sore dut i plui debui e piçui.
Un limit grant di cheste iniziative penitenziâl al sta tal fat che il pape al domande perdon pai pecjâts “di tancj fîs de glesie ch’a àn sfigurade la sô muse”. Che i cristians a sedin pecjadôrs come ducj i oms, no covente nissune iluminazion dal Spirtu sant par capîlu. No nus àno simpri fat dî l’at di dolôr e sburtâts a la confession? Chi si trate di ricognossi i pecjâts de glesie come struture, ch’a son i plui dolorôs e ch’a àn fat siguramentri plui damp. No stin a dismenteâ che i cristians a son stâts (dis)educâts a tasê e a ubidî e duncje al è just che la responabilitât plui pesante le vedin chei che a vevin plui comant, tacant dai plui alts in gjerarchie. Masse comut meti lis colpis su lis spalis de int cence clamâle a spartî lis decisions.
Un altri limit di chest “mea culpa” al è che si domande perdon di colpis lontanis, là che aromai no si po plui fâ nuie. Cui i tornial la vite a Gjordan Bruno, a Savonarole e a lis vitimis de Incuisizion? Il vêr pentiment al sta tal cirî lis causis profondis e tal fâ in mût che no si ripetin lis tragjediis. Ma se no si va a cirî lis causis e no si à il coragjo di frontâ stradis gnovis e alternativis,
si continuarà par fuarce a fâ vitimis. Il fat che no vegnin brusadis ma dome emargjinadis e fatis tasê o cjonçadis fûr de cariere nol gambie la colpe e nol assolf il sisteme.
Fra lis colpis struturâls jo o metarès la presunzion de veretât assolude, cuant che si sa che dome Crist al è “la strade e la veretât” (Zn 14,6). No si po identificâ glesie, ream di Diu e Crist. Crist nol da nissune deleghe e nol à dibisugne di nissun suplence. O zontarès la struturalizazion dal aparât. E vûl fantasie a rigjavâ de volontât positive di Crist dut l’armamentari gjerarchic e discriminant, lui che al à improibît di clamâ cualchidun “pari” e “mestri” (Mt 23,8-9). Si scuen zontâ la assolutizazion e la centralizazion asfissiant, che e mortifiche ogni diviersitât e ogni san pluralisim. Ancje improibî al nestri popul di preâ te nestre lenghe al è un pecjât.
Vê in dut il mont la stesse teologjie, liturgjie e legjislazion canoniche no lu riten un fat di vantâsi, ma di domandâ perdon. Si trate di podê. Chel podê che Crist al à condanât cence apel e che al è stât il grant pecjât de glesie. I à dade la protezion dai potents ma j à fat pierdi la protezion di Diu e la benedizion dai ultims.


Coresime 2000

domenica 3 febbraio 2008

MEDIA VITA IN MORTE SUMUS

Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sentito sentenziare: “vita brevis est”. Forse era un prete, forse un filosofo, forse un anziano o un genitore.Per certo sappiamo che ciò non ebbe mai alcuna influenza sulle nostre abitudini quotidiane. Nemmeno la diffusa certezza che “media vita in morte sumus”, cioè che proprio mentre viviamo ci avviciniamo al nostro destino, credo, abbia mai indotto qualcuno a cambiare la propria vita. L’ineluttabilità della nostra sorte ci lascia, per fortuna, indifferenti.

Per alcuni, poi, il vivere assume straordinarie caratteristiche di serenità, tranquillità, frequenti momenti di soddisfazione. Costoro attraversano il tempo che gli è concesso quasi fosse una passeggiata, quasi fischiando, anzi fischiano proprio. Sono dei privilegiati soprattutto perché condividono un minimo comune divisore che è importante e fondamentale: la salute. “Mai vût nuie” ripetono come fosse tutto loro merito!

Gli altri, cioè quanti passano la vita piangendo, o come si dice dalle nostre parti “càinant”, neppure osano chiedersi perché gli è “toccata” questa vita e non un’altra.

Il libro di Pre Antoni “De Profundis” (in lingua friulana) è una precisa descrizione di quello che può accadere a quanti, improvvisamente, sono colti da qualche cosa che li sorprende, li stupisce ed avvilisce. Non si parla di morte improvvisa. La morte come si sa “quando c’è noi non ci siamo”. Si racconta della malattia che ti fa prima uno sgambetto, poi ti aggredisce con progressione inesorabile, incatenandoti, diventa cronica. Più grave è, più grande è la sorpresa di chi la subisce.

Pre Antoni elenca con una precisione professionale, ma anche con umanità, tutti i passaggi che uno deve superare per arrivare ad accettare la dialisi. La dialisi è un trattamento ospedaliero, cui ci si sottopone ogni due o tre giorni, che rigenera il sangue e non può essere abbandonata pena la morte in breve tempo. Quando questo trattamento fu prospettato a pre Antoni, nonostante la delicatezza ed il tatto dei medici, provocò in lui una reazione naturale ed esistenziale, quasi irrevocabile: “Ch’al lassi che la nature a fasi la so strade” disse al dottore che gli spiegava la ‘catena’ della dialisi, “non umiliante, ma condizionante”. “Parcé a mi Signôr?” Questa domanda che può capitare a ciascuno di noi di dover porsi nel corso della vita, soprattutto quando questa è limitata, asservita, condizionata dalla malattia, può lasciarci senza risposta. “Parcè a mi Signôr?” Se non si riesce a rispondere in brevissimo tempo può indurre a farci molto male.

“Il dolore è quanto di più personale, intrasferibile possa darsi nella vita degli uomini” scrive Salvatore Natoli ed aggiunge che “il dolore per quanto preparati si sia inchioda,comprime ed obbliga”. Bisogna sopportarlo, combatterlo, sperando di vincerlo.

“Il dolor po pocâti a preâ o a bestemâ, ad acetâ o a rifiutâ” scrive Pre Antoni e non nasconde l’ angoscia che si distende sul futuro, né la consapevolezza di avvicinarsi ad un evento finale che tale situazione accelera.

Ricorda le malattie che lo hanno accompagnato da sempre: broncopolmoniti, occlusioni di arterie, infarto intestinale, “la curtissade che mi ha forât i bugjei”, fino alla fase finale: la dialisi.

Con paziente ironia e serenità pre Antoni legge la sua vita, racconta i suoi drammi e propone una via di uscita: accettare.

Non esistono parole che possano convincerti ad essere morituro ed accettare un destino scritto dalla natura. Resta repellente ed illogico, incombente come una frana.

Quest’uomo ci aiuta non ad autoconsolarci, ma ad accettare il nostro destino. Ci insegna ad avvicinarci al fine della nostra vita senza entusiasmo, ma anche senza disperazione. E’ commovente accompagnarlo in quel difficile momento in cui il medico gli conferma che ormai a quel punto, la scelta “l’à fate il mâl” che potrà essere controllato, ma non eliminato o fermato.

Il cambiamento di abitudini, di orari, di vestiti, di alimentazione è registrato con bonaria ironia “cul orari, just, dal ospedâl, a vot di sere si è za stufs di ve zenât” (106) oppure “un come me, ch’al è vivut par une vite dibessól e che s’al sint ancje dome a crizâ une brê nol siere voli, al è evident che al varà di fa vitis di cjan par usasi a durmì cun atre int tune struture simpri in funzion (57).

La “disinvestitura” che l’ospedale mette in atto con tutti i ricoverati è accomunante: siamo tutti uguali. Forse per un prete rinunciare ai suoi segni distintivi, alla sua divisa, al suo potere potrebbe essere problematico. Essere come gli altri dopo aver occupato posizioni di potere, distinti da una divisa, può essere traumatizzante.

La consapevolezza di stare attraversando un periodo di vita buio, non scoraggia pre Antoni che con tenacia e fede prega e chiede un po’ di luce al Signore. E’ una riflessione triste, come è triste l’esperienza di solitudine in cui relega la malattia.

E’ un libro di speranza anche se non nasconde l’improvvisa sofferenza di una malattia che arriva senza alcun preavviso.

Ti vuole convincere che “la flamute” se la cerchi la trovi e così illuminerà la strada della vita.

E’ un libro che ti sprona ad essere coraggioso e ti invita a “puartà la cros e no a strisinale parcé che ti seares lis spalis”.

E’ un libro pieno di fede in Dio, ma anche nell’uomo: “o ai dibisugne di crodi tal Signor, ma ancje in mè” (104).

Si trovano ancora nel libro “De Profundis” una lunga meditazione sulla settimana santa (Pre Antoni è stato ricoverato per la dialisi durante la settimana di Pasqua 2003) e tante domande esistenziali di un uomo che teme di essere abbandonato nel buio.

Quando accetta il trattamento della dialisi recupera la sua ironia e riprende le sue amorevoli critiche nei confronti della struttura “gleseatiche” che spesso ignora la sua malattia, sebbene qualche emissario lo vada a trovare proponendogli ragionamenti e filosofie irritanti.

E’ un vademecum che aiuta a vivere sia quanti hanno già esperienza della malattia che quanti vanno, fischiettando, verso la loro fine.

Questa intensa riflessione pre Antoni la conclude con una aspirazione che attraversa tutto il libro: “che la muart nus cjati vîfs”.

Marino Plazzotta

venerdì 25 gennaio 2008

SCRITTO INEDITO PRE TONI_ 2_La mê piçule storie in cheste grande storie

O sin culì, in chest lûc di memorie e di presince, a fâ memorie e a rindi presint, pal misteri de celebrazion liturgjiche che nus ripresente, in Crist muart e risurît, dute la storie, ce ch’al è sucedût tal timp e tal grim de nestre storie.
Nus à clamâts culì, in chest sflandôr di domo, la venerazion pal nestri sant patriarcje Bertant di Sangenêt, peât in maniere cussì mirabil a lis liendis de tiere di Vençon che lu considere a bon dirit pari e protetôr. Ai 19 di avost dal 1336, Bertrant al à firmât un tratât di pâs cu la int di Vençon, là che i molave dut ce che si podeve pratindi e alc di plui. Che di fat Vençon e Udin a son lis dôs citâts privilegjadis de politiche patriarcjâl d’in chê volte. Che lu vedi fat parcè che al jere bon, come ch’al risulte, o parcè che al jere furbo, come ch’al è dimostrât e nol è un demerit, sta di fat che tune sô letare al à podût dî, a proposit dai vençonas, ch’al varès vût di regiju “in virga ferrea” , cu la mace di fier, ma al à preferît nudrîju cul lat, come une mari. E chest al è tant plui meretori e degn di jessi ricuardât se si ten cont dal judizi pesant che Bertrant al veve e al dave dai nestris vons. “Vençon – al scriveve – e je urbs fortissima et multis malis hominibus populata”. Int fuarte, ma salvadie. Sperìn di vê conservade la fuarce, soredut morâl, e di jessi deventâts un pêl plui mugnestris.
Ma il ricuart plui vîf e profont lu vin pal fat che al à volût consacrâ il nestri domo ai 2 di avost dal 1338, regalant a la nestre glesie il cjaliç, lis ampolis e la navisele d’arint che a son stâts par secui la part plui splendide dal tesaur dal nestri domo, prime che mans sacrilighis lu strafuissin e lu puartassin in lûcs che la religjon le vevin sot de suele des scarpis. O ai ancjemò tai vôi l’afresc dal coro che al rapresentave il patriarcje Bertrant cu la schirie dai vescui con-consacrants, cui fraris che a cjantavin aleluja e la note su Bartholomaeus Sclusanus, Bortul di Scluse, il cjamerâr muart apene finide la consacrazion de sô glesie. Po stâi par sfiniment. Mi plasarès pensâ par masse contentece.
Chest domo cussì rimirât e invidiât di ducj al à compagnât il distin dolorôs dal nestris paîs, socombint sot lis sdramassadis dal taramot dutune cu lis nestris puaris cjasis, fatis sù plui cui sudôrs e cui debits che cun malte e tondin. Par dî che denant di Diu e denant de fuarce de nature nol è nuie di grant e di definitîf. Juste dîs agns indaûr, ancje il domo al è tornât sù insieme cu lis nestris cjasis e contradis. La ricostruzion e je stade un meracul no mancul grant de costruzion e il mont intîr al è restât maraveât di tante inteligjence e operositât. Pensant al templi di Gjerusalem, tornât a fâ sù dopo de devastazion di Nabucodonosor, mi pâr che ancje a nô il Signôr nus à regalât, dongje de disgracie e de prove, dôs personis straordenariis, un Esdre e un Neemie, cun virtût e costance e passion no mancul fuarte di chê di Bortul cjamerâr. A lôr, ai lôr amîs e colaboradôrs, a dutis lis istituzions locâls, statâls e internazionâls, il nestri afiet plen di agrât e la preiere di Neemie: “Diu, visiti in ben di lôr, par dut ce che i àn fat a di chest popul” (cfr. Ne 5, 19).
La ricostruzion dal domo e je stade un’opare corâl tal sens plui penç de peraule. E à tirât dentri ogni sorte di profession ma ancje ogni sorte di int. Dut il popul al à partecipât a cheste grande imprese e sfide e pe prime volte inte storie al à sintût il domo no come la glesie dai siôrs e dai grancj ma come la sô cjase, come il coronament e il completament dal so habitat. O vin capît che il domo al fâs part di nô e nô o fasìn part di lui.
Di chê sere straordenarie, o ricuardi il moment che si son impiadis lis lûs e dutis lis pieris e i trâfs e i mûrs e ogni cjanton al è stât come vivificât. Come se i vessin dade un’anime. Mi auguri che cheste glesie e sedi simpri sflandorose, par inluminâ e vivificâ lis nestris esistencis. Chei ch’a vegnin culì ch’a rivin a cjatâ chê lûs che no va a mont, la lûs de fede che e inlumine il troi ingredeât de nestre vite. E, dopo di jessi stâts inluminâts de peraule di Diu e dai siei misteris, ch’a puedin deventâ ancje lôr “lûs dal mont” e “sâl de tiere”. Dome cussì la glesie matereâl, di clap, e devente spieli e risultive de glesie spirtuâl, fate di pieris vivis, là che il popul di Diu al adore il Signôr “in Spirt e veretât” (Zn 4, 23). Ce sens aial vê un biel domo, se no vin fameis santis, contradis unidis, int positive, cûrs plens di timôr e di amôr di Diu e dal prossim? No baste une biele glesie matereâl par sigurâsi la benedizion e la consolazion dal Signôr. Bisugne deventâ pieris vivis, tabernacui adorants, animis contemplativis, personis sapientis e santis. Se no il nestri domo al devente une memorie muarte e duncje un tombâl. Mi auguri ancje che cheste sinfonie di volontâts e di competencis no resti un fat memorabil e delimitât, ma ch’e deventi un stîl di vite, di operazion e di colaborazion tant tal cjamp civîl che in chel de solidarietât e de vite religjose.

Bons. Roberto, privilegjant l’amicizie su la logjiche, al à volût che, dongje de consacrazion dal domo di Bertrant e dal decim de ricostruzion, o ricuardas ancje i miei corant’agns di messe. Un traguart par me fûr di ogni prevision e possibilitât razionâl. Se Diu mi à fat durâ fin cumò, o pensi che al vedi une reson. O cirarai di corispuindi a la sô volontât e al so progjet. Si trate di une storie personâl, intime e infime, ma peade in maniere strete al lûc che o stin celebrant. Come vençonas, ancje jo o fâs part di ches pieris vivis, di chel domo spirtuâl ch’al è la vere, autentiche ricjece e braure di Vençon. Magari “l’ultim di ducj, come un abort” par dîle cun Pauli (1 Cor 15, 8), ancje jo o soi fî di cheste glesie e di cheste comunitât. E propit in cheste glesie o ai vivût i moments fondamentâi de mê vite.
Culì o soi stât batiât dal plevan Faustin Lucardi, martar. I santui a jerin Tin Nicjo e Nene la Tarmàure. Culì o soi stâ vescolât di Nogara, cun Tite Menine par santul. Mi à fat cjerçâ pe prime volte i ucei e la spinage. Culì o ai fate la prime comunion cul plevan Simeon, une des plui brutis zornadis de mê vite. O vevi un pâr di sandui a d’imprest e mi pareve di jessi un re. M’ai àn gjavâts parcè che o zuavi pe contrade e mi àn mandât a gjespui cui stafets. Culì o ai passât ducj i scjalins par deventâ predi e o ai dite la prime messe ai 4 di lui dal 1965, sot il voli content dal plevan bons. Gjelmo Simeoni, che o sint par lui l’afiet di un fî ricognossint. In chê dì si faseve la fieste dal beât Bertrant, chê di vuê, e lu vin puartât fûr in prucission, cun grande partecipazion e contentece de int. Ma culì la mê anime di frut, nocente e spensierade, e à sintude la prime clamade interiôr a deventâ predi. Culì, tai prins scjalins dal altâr, e je fluride la mê vocazion. E je stade la lûs matutine di chestis vereadis, al è stât il cjant al prin cricâ de lûs o a scûr vie pa l’invier, come i ucei, a fâmi inemorâ dal predi e dal so ministeri e misteri. Al è chest il lûc privilegjât de mê anime, la tiere feconde là che e je madressude la plantute de mê vite. Cetant ch’o ai cjantât, preât, gjoldût in cheste glesie! Ancje jo, come la passare, o ai cjatât sot i cops dal Signôr (cfr. Sal 84, 4), sot di chescj cops, il gno nît, la mê serenitât, la mês pâs.
O varès di dî dôs peraulis su la mê vocazion, siguramentri fûr di ogni scheme. No soi di famee di predis, ancje se la mê famee, puare di dut, e jere siore di virtût, di fede e di esperience dal patî. O ai vût doi bogns gjenitôrs. Une mari, Eline, dute caritât, preiere, lavôr e tribulazion. Un pari, Checo, inteligjent, onest, religjôs a mût so. E ancje i miei fradis a jerin ducj plui bogns di me. Se Diu mi à sielzût me, il mancul adat par salût e par virtût, al fâs part dal so operâ mistereôs e misericordiôs. Sielgint l’ultime famee dal paîs e l’ultim de famee, al à fat capî che il merit al jere dut so e che no vevi nessun rimpin par vantâmi di chel pôc o tant che o ai fat in chescj corant’agns. O ai fatis bielis robis. O ai fat plui di ce che o pensavi. Soredut o soi stât sielzût par regalâi al gno popul chê perle di valôr e chel tesaur platât ch’e je la bibie. Un’opare nassude fûr dal templi e des istituzions, fate di un predi in odôr di eresie. D’altre part